7 ottobre 2015 | 0 commenti

DOMENICA 11 OTTOBRE 2015
E’ la settima e ultima domenica dopo il martirio di Giovanni il Battista. L’anno liturgico si avvia ormai alla sua conclusione. Infatti domenica prossima, quest’anno il 18 ottobre, è la festa della dedicazione del Duomo chiesa madre di tutti i fedeli ambrosiani. Seguiranno poi due “domeniche dopo la dedicazione” e domenica 8 novembre si concluderà l’anno liturgico ambrosiano con la
celebrazione della festa di Cristo Re, festa recentissima istituita da Papa Pio XI (Achille Ratti di Desio) nella prima parte del secolo scorso.

Poi la chiesa ambrosiana riprende un suo lungo e perenne cammino: il giorno 11 novembre è la festa di San Martino, soldato dell’impero romano in Ungheria,  poi monaco sia a Milano che a Poitiers, poi prete e vescovo di Tours. Morì nel 397 d.C., lo
stesso anno della morte di S. Ambrogio. La festa di San Martino funge da spartiacque del nostro anno liturgico:  infatti con la prima domenica che segue alla festa di San Martino, comincia l’avvento ambrosiano, sei domeniche in preparazione al Natale.
I vecchi testi della preghiera liturgica erano divisi nella tradizione ambrosiana in due volumi: il volume della preghiera “invernale”, dalla festa di San Martino alla notte di Pasqua,  e il volume della preghiera “estiva” dalla notte di Pasqua alla festa di San Martino (e alla prima domenica di avvento).
Il vangelo di questa domenica è preso da San Matteo (13,24-43) e racconta una grande parabola. Il buon contadino semina il buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormono viene il suo nemico e semina la zizania in mezzo al grano. Tempo dopo quando cresce anche la zizania i collaboratori del contadino propongono di strapparla; ma il padrone di casa dice di rimandare questa operazione al momento del raccolto. C’è poi un’altra piccola parabola che è brevissima e mi piace molto “il regno dei cieli è simile al lievito che una donna prese e mescolò in tre misure di farina. Così la farina fu tutta lievitata”. Quindi il messaggio è
che il regno dei cieli, e la nostra fede, la nostra speranza e la nostra carità, sono così potenti che possono trasformare il nostro mondo e contribuire a trasformare tutto il mondo.

L’ antico testamento Visto che faraone non permette ancora agli ebrei di partire, Dio dice a Mosè di riprendere l’ antica tradizione della immolazione dell’ agnello all’ inizio della primavera, tradizione che risale a quando gli ebrei non erano ancora stati ridotti in schiavitù.  Così viene sacrificato in ogni casa e in ogni famiglia un agnello o un capretto: questo è l’ inizio della Pasqua di Israele. Con il sangue dell’agnello o del capretto, si farà un segno sulla porta di casa. Durante la notte un angelo sarebbe passato in Egitto, uccidendo tutti i primogeniti e risparmiando soltanto le famiglie ebree. A questo punto il Faraone, disperato, permette a Mosè di partire con tutto il suo popolo. Nelle riflessioni che abbiamo fatto nel tempo pasquale del 2015, abbiamo illustrato l’uscita dell’Egitto, che è il centro della Pasqua;  e abbiamo visto  il Cantico di Mosè, che è ringraziamento per la potenza con cui il Signore ha liberato il suo popolo.
Qui riassumiamo brevemente ancora le stesse cose. Dopo la morte dei primogeniti egiziani, il popolo parte verso quella zona del Mar Rosso che si chiama i Laghi Amari. In coincidenza anche con le maree, Mosè stende il braccio sulle paludi, un forte vento soffia per tutta la notte e appare una lingua di terra melmosa ma percorribile. Così Israele attraversa il Mar Rosso. Nel frattempo il Faraone ha cambiato idea e ha mandato i migliori carri del suo esercito per impedire agli israeliti di partire. L’ esercito egiziano si precipita dietro gli ebrei, ma i pesanti carri da guerra sprofondano nella sabbia molle, la marea risale e annega gli egiziani. Risalito sull’ altra sponda il popolo ringrazia Mosè e esprime un grande canto di ringraziamento a Dio. Gli Israeliti si inoltrano poi nel deserto ma per tre giorni non trovano acqua; al terzo giorno arrivano a una fonte, ma l’ acqua è amara. Mosè chiese aiuto al Signore, gettò un pezzo di legno nell’ acqua e l’ acqua divenne bevibile. Poi il popolo prosegue e arriva all’oasi di Elim dove ci sono “dodici sorgenti d’ acqua e settanta palme”.
Continua il cammino nel deserto. Ma viene la fame,  e alcuni dicono che in Egitto si era schiavi ma c’era sempre da mangiare. Mosè disse che Dio avrebbe provveduto.  Infatti ogni sera grandi stormi di quaglie si posavano sull’accampamento e potevano ser
vire da cibo. Al mattino poi, sulla superficie del deserto, comparve una “cosa fine e granulosa” . Mosè disse loro “ E’ la manna” , il pane che il Signore vi ha dato da mangiare. Infine il popolo arriva alla base del Monte Oreb (altro nome del Monte Sinai).
Ecco ora la riflessione Dicat nunc Israel nisi quod Dominus erat in nobis. Dica ora Israele guai se il Signore non fosse stato con noi.
E’ un versetto del salmo 123, uno dei salmi graduali. Spiegheremo più avanti cosa sono i salmi graduali. Intanto cerchiamo di fissare il nostro pensiero sulla meditazione che ci viene suggerita da questa riflessione. Se guardiamo indietro a tutta la nostra vita passata, ripieni di gratitudine e di gioia, non possiamo non dire “guai se il Signore non fosse stato con noi!”. Questo valga ad
aumentare la nostra fede.
Ferruccio
Basiglio,  7 ottobre 2015
NOTA: Oggi 7 ottobre è la festa della Madonna del Rosario; in molte parrocchie
la si celebra solennemente anticipando alla prima domenica di ottobre, come
avviene anche nella basilica di S. Ambrogio. E’ l’occasione per richiamare
l’importanza di pregare appena possibile con il rosario, magari anche solo una
decina. Ricordiamo infatti che ottobre è il mese del rosario.

Commenta

DOMENICA 4 OTTOBRE 2015

30 settembre 2015 | 0 commenti

E’ la VI domenica dopo il martirio di Giovanni Battista. In questo anno B, si
proclama il vangelo di San Matteo al capitolo 20 con la parabola degli operai
chiamati a lavorare alla prima ora e alle ore seguenti  fino all’undicesima ora.
Vi prego di leggere questo testo con molta attenzione proprio  nel Vangelo di
Matteo. Qui mi interessa e mi piace richiamare la nostra attenzione su questa
parabola che da un certo punto di vista appare incomprensibile. Perché infatti
coloro che hanno lavorato tutto il giorno portando il peso della giornata e del
caldo, prendono un solo denaro così come quelli che hanno lavorato l’ultima ora
prima del tramonto e cioè un’ora sola e anche al fresco?  Apparentemente la
parabola è così incomprensibile che, negli anni sessanta del secolo scorso, un
grande scrittore cattolico, Bruce Marshall, vi ha dedicato un intero stupendo
libro “A ogni uomo un soldo”. Purtroppo non lo si trova più, ma forse riuscite a
comprarne una vecchia copia su internet. La tesi dello scrittore è che fare il
bene nel corso della vita è fonte di tale gioia interiore che compensa essa
stessa tutto l’impegno profuso. Mentre la misericordia di Dio è infinita. E’
bello notare che questa lettura evangelica che capita solo ogni tre anni,  cade
proprio quest’anno che è l’anno giubilare della misericordia proclamato da Papa
Francesco. E rispetto a chi ha lavorato tutto il giorno e manifesta un’invidia
da moralista per il chiamato dell’ultima ora il Signore fa due chiare e anche
dure dichiarazioni. “nonne ex denario convenisti mecum?”. E cioè “non ci siamo
messi d’accordo per il compenso di un denaro?” e conclude “volo autem et huic
novissimo dare sicut et tibi!”. E cioè (nella mia misericordia) “voglio dare
anche a quest’ultimo, quello che ho dato a te!”. Del resto questa
interpretazione è simile a quella dell’inno pasquale di Sant’Ambrogio che è
centrato sulla figura del malfattore pentito che, per un solo attimo di fede,
precede tutti i giusti entrando nel paradiso.
L’ antico testamento
Come abbiamo visto settimana scorsa, Mosè è sposato con Sephora , ha un figlio
maschio e il tempo passa serenamente. Un giorno però Dio irrompe nella sua vita.
Mosè ha portato al pascolo il grande gregge del suocero ed è arrivato alle falde
del monte Sinai.Ed ecco che Mosè vede delle lingue di fuoco uscire da un roveto
con un albero in mezzo. Continua ad osservare, sempre più stupito, perché le
piante bruciano ma non si consumano. Allora si avvicina per vedere meglio, e
subito sente una voce che lo chiama. Egli risponde “Eccomi” ; la voce riprende
“Non avvicinarti e togliti i sandali : il luogo dove stai è sacro. Io sono il
Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe ; ho visto come soffre il mio popolo in
Egitto e mando te per liberarlo.” Mosè chiede alla voce il proprio nome e Dio
dice : “Io sono Jahvè” , in ebraico questa parola rappresenta la prima persona
del verbo essere  : IO SONO. Dio quindi si definisce l’esistente. Molti secoli
dopo i filosofi dissero che Dio è contemporaneamente l’ essenza e l’ esistenza.
Mosè ha paura e dice che non si sente adeguato alla missione ma, con vari segni
,Dio lo convince.  Quindi Mosè saluta il suocero, prende un asino, e  con sua
moglie e suo figlio  torna in Egitto. Mentre arriva, gli va incontro suo
fratello Aronne, avvisato da un angelo, ed essi insieme  riuniscono il popolo.
Non è facile per Mosè e Aronne convincere il popolo a partire, ma infine ci
riescono. Mosè ,che come abbiamo bene visto in una precedente riflessione,  è
cresciuto alla corte del Faraone, va da lui e gli chiede di lasciar partire il
popolo, il Faraone si oppone e per reazione Jahvè si serve di alcune calamità
naturali, che si abbattevano spesso sull’ Egitto , aggravandole e  usandole come
strumenti di persuasione. Il Libro Sacro le definisce “le nove piaghe di
Egitto”. Ma il Faraone non cede.
Ecco ora la riflessione
Lauda anima mea Dominum; psallam Deo meo quamdiu ero. Anima mia loda il Signore;
canterò al mio Dio finchè avrò vita.
E’ un versetto del salmo 145 che ci suggerisce la preghiera di lode e di
ringraziamento verso Dio e che – come risposta – mette la frase che dovrebbe
essere il programma di ogni cantore “canterò a Dio finchè avrò vita”.
Ciao e buona settimana.
Ferruccio
Basiglio, 30 settembre 2015
NOTA 1): mi raccomando di diffondere la notizia che esiste la nostra pagina
Facebook “cantori ambrosiani”.
NOTA 2): già una cinquantina di voi ha aderito all’iniziativa di Brezzo di
Bedero per questo sabato 3 ottobre. Sono accettati anche quelli dell’ultima ora!

Commenta

DOMENICA 27 SETTEMBRE 2015

23 settembre 2015 | 0 commenti

E’ la V domenica dopo il martirio di Giovanni il Battista. Quest’anno il vangelo
che viene presentato è il racconto della parabola del buon Samaritano, come
riportato da San Luca. Non credo di doverla raccontare giacchè tutti la
conoscono, mi auguro, ed è rappresentata in tante opere d’arte. Questa parabola
è l’esplicazione pratica delle due prime letture.  La prima, presa dal libro del
Deuteronomio, racconta che dopo aver riconfermato i dieci comandamenti, Mosè
dice al popolo di Dio “ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio lo amerai con
tutto il cuore e amerai il tuo prossimo come te stesso”. Nella seconda lettura,
San Paolo ai cristiani di Roma ripete come sempre valido, il precetto di Mosè di
cui sopra. Sono stato molto breve riguardo a queste tre letture, perché mi
interessa richiamare la vostra attenzione sull’annuncio della risurrezione di
Gesù secondo Luca (24,13-35) nella messa del sabato sera. E’ l’episodio dei
discepoli di Emmaus che non cessa di commuovermi. Persa ogni fede si avviavano
verso casa loro a Emmaus. Mentre camminavano “Gesù in persona si avvicinò e
camminava con loro. Ma i loro occhi non riuscivano a riconoscerlo”. Gesù
interpreta per loro le scritture, e annuncia la risurrezione. Quando furono
vicini al villaggio di Emmaus dove erano diretti, Egli fece come se dovesse
andare più lontano. Ma essi lo pregarono “resta con noi perché si fa sera”.
Quando furono a tavola Gesù prese il pane lo spezzò e lo diede loro. Allora si
aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma Egli sparì dalla loro vista.
L’antico testamento
Delle “storie di Giuseppe”, che era il figlio prediletto di Giacobbe, ora
Israele, abbiamo già parlato nei mesi scorsi. Le possiamo qui riassumere dicendo
che alcuni fratelli volevano uccidere Giuseppe ,perché gelosi della predilezione
del padre Giacobbe verso di lui. Altri si opposero e proposero di venderlo come
schiavo a una carovana di mercanti. Questi lo portarono in Egitto, fu venduto a
un autorevole nobile egiziano, ebbe disavventure per cui finì in carcere. Qui
interpretò i sogni di due prigionieri e la sua interpretazione si realizzò. Uno
dei due era il coppiere del Faraone. Dice il libro che il Faraone sognò sette
vacche stupende e  grasse; poi uscirono dal Nilo sette vacche magrissime che
divorarono le vacche grasse. Nessuno dei sapienti della corte del Faraone seppe
interpretare il sogno. Allora il capo dei coppieri (che era stato in prigione
con Giuseppe,il quale gli aveva interpretato un sogno, annunciandogli che
sarebbe stato riammesso alla casa del Faraone) propose al Faraone di mandare a
chiamare Giuseppe che era ancora in prigione. Ciò avvenne e Giuseppe spiegò il
sogno dicendo che le sette vacche grasse rappresentavano i prossimi sette anni
di grande abbondanza e ricchezza; dopo di essi però ci sarebbero sette anni di
gravissima carestia. Propose quindi che il governo del Faraone nei primi sette
anni facesse accantonare riserve bastanti per i successivi sette anni. Il
Faraone non solo accolse il suggerimento di Giuseppe ma lo nominò vicerè di
Egitto.
Dopo tanti anni, nel pieno della carestia si sapeva dovunque che solo in Egitto
c’era ancora tanto grano e così il vecchio Israele , che aveva pianto come morto
suo figlio Giuseppe, mandò alcuni dei suoi figli in Egitto per comprare grano.
Giuseppe li riconobbe ma essi non lo riconobbero . Giuseppe disse “andate a
prendere il vostro vecchio padre e tutti i fratelli e tutta la famiglia e venite
in Egitto” e si manifestò a loro che finalmente lo riconobbero. Così il vecchio
Israele e quasi tutto il suo popolo si trasferirono il Egitto. Con questo
finisce il libro della Genesi. A questo punto seguono quattrocento o cinquecento
anni di totale silenzio della Bibbia su qualsiasi vicenda del popolo di
Israele.Il secondo libro dell’ Antico Testamento è il libro dell’ Esodo, che in
greco vuol dire “uscita” e quindi parla dell’ uscita del popolo di Israele dall’
Egitto. Il libro dell’ Esodo si apre dichiarando che,molti secoli dopo l’arrivo
in Egitto del popolo di Israele, i  Faraoni si preoccupano per la crescita sia
demografica che pubblica del popolo di Israele.  Per conseguenza impediscono
loro il libero esercizio della pastorizia, come era fino allora avvenuto. Li
obbligano a diventare operai, costruttori di mattoni, trattati poco meglio degli
schiavi. Forse un secolo dopo, un nuovo Faraone dà ordine di uccidere – subito
dopo il parto – un gran numero di bambini maschi per diminuire la crescita
demografica. Secondo gli studiosi il tempo di questi fatti forse è nel 1200/1300
a.C. e il Farone dovrebbe essere Ramses II. Il libro dell’ Esodo si apre
raccontando queste circostanze e poi presenta la figura di Mosè. Figlio di una
famiglia ebraica fu tenuto nascosto dalla mamma per tre mesi ma poi dovette
essere abbandonato nel fiume in una cesta. La mamma lo abbandonò proprio nella
zona in cui la figlia del Faraone veniva a fare il bagno nel Nilo insieme alle
ragazze del suo seguito. Essa vide il cesto , mandò una delle ragazze a
prenderlo, vide il bambino che piangeva ,ne ebbe compassione e lo prese. Una
sorella del bambino le propose come balia sua madre. La principessa dunque le
affidò per l’ allattamento il bambino.  Dopo l’ allattamento Mosè (“il salvato
dalle acque”) fu portato nel palazzo reale. Mosè fu  allevato alla corte del
Faraone in mezzo alle ricchezze e facendo tutti gli studi più approfonditi in
uso a quell’ epoca. Non dimenticava però mai di essere ebreo. Da adulto
,assistendo a una lite fra un ebreo e un egiziano, intervenne per salvare l’
ebreo ma fu conseguentemente costretto a fuggire. Andò nelle terre di  Madian
dove c’ erano alcune tribù ebraiche che non erano andate in Egitto al tempo di
Giuseppe. Al pozzo di Madian diede aiuto a sette ragazze che davano da bere al
gregge del padre, di nome Ietro . Gratissimo per questo,  Ietro  lo accolse in
casa sua e gli diede in moglie sua figlia Sephora. E’ una coppia felice, è nato
un figlio maschio, Mosè fa parte del clan e fa il pastore.
Ecco ora la riflessione
Magister adest et vocat te. C’è il Maestro e ti chiama.
Questa breve frase riprende in qualche maniera anche il concetto espresso nel
racconto dei discepoli di Emmaus. Il Signore Gesù camminava con loro, ma essi
non lo riconobbero. Così anche in tante situazioni della nostra vita e della
nostra quotidianità non riusciamo a renderci conto che il Maestro è vicino a noi
e ci chiama. Impegnamoci a coglierne la presenza.
Ciao e buona settimana. Ferruccio
Nota 1)
Da questo mese di settembre è attiva la pagina FACEBOOK dei “Cantori Ambrosiani”
e ad essa verrà dedicata una particolare cura. Simone Ferrari e Placido Salamone
si adopereranno per renderla sempre più vivace e interessante. Segnalatela ai
vostri contatti.
Nota 2)
Sabato 3 ottobre c’è una giornata molto importante a Brezzo di Bedero, a Luino e
a Bregazzana. Alleghiamo la locandina.
Basiglio, 22 settembre 2015

Commenta

DOMENICA 20 SETTEMBRE 2015

16 settembre 2015 | 0 commenti

E’ la quarta domenica dopo il martirio di Giovanni Battista e le letture sono
dell’anno B. Sono letture così belle e importanti che mi piace commentarle
brevemente. La prima lettura (1° libro dei Re 19,4-8) presenta uno degli episodi
più belli del ciclo del Profeta Elia. Elia va nel deserto perché si sente
veramente disperato e si siede sotto una ginestra. Subito si addormentò, ma ecco
che un angelo lo toccò e disse: alzati e mangia! Elia guardò e vide una focaccia
e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve e si addormentò di nuovo. L’angelo ritornò,
lo toccò e gli disse ancora alzati, mangia, bevi, perché è molto lungo per te il
cammino. Elia si alzò mangiò e bevve e con la forza di quel cibo camminò
quaranta giorni nel deserto fino al monte di Dio L’Oreb (il Sinai). La chiesa ha
sempre visto in questo brano una profezia dell’Eucaristia: e infatti a seguire
c’è la prima lettera di San Paolo ai cristiani di Corinto (11,23-26). In esso
Paolo racconta la celebrazione eucaristica che egli compie in attuazione del
comando di Gesù all’ultima cena. Infine nel vangelo di Giovanni si riportano le
parole di Gesù “Io sono il pane della vita, disceso dal cielo…..e il pane che io
vi darò, è il mio corpo per la vita del mondo”. Meditiamo dunque sul miracolo
che si rinnova in ogni celebrazione della messa.
L’antico testamento
Il clan di Abramo vive a Ur in Caldea, l’attuale Nassyria, il cui nome tutti
abbiamo conosciuto in guerre recenti  per varie stragi. Abramo è giovane,
sposato con la bellissima Sara, ma non hanno figli. E ancora vivo suo padre il
vecchio Terach. Dio si rivolge ad Abramo e gli dice “Esci dalla tua terra e vai
dove ti mostrerò”. E’ la prima tappa è la città di Carran. Secondo la mentalità
del tempo, Abramo è senza discendenza e quindi senza futuro . Ma, proprio per
questo, è scelto da Dio per essere il capostipite della nuova umanità e il
fondatore di un popolo dal quale sarebbe nato il Messia. Quando morì suo padre,
Dio parlò ancora con Abramo e gli disse di partire di nuovo e di andare in
Palestina. Abramo si stabilisce presso Sichem, alle Quercie di Mambre. Poi
compie vari viaggi nella zona e fino in Egitto; ha un figlio di nome Ismaele da
Agar , schiava di sua moglie ,offertagli da Sara. Ma non ha un figlio da sua
moglie e ormai sono entrambi anziani. Il capitolo 18 di Genesi presenta un nuovo
colloquio di Dio con Abramo : egli vide tre uomini in piedi davanti a lui,
appena li vide corse loro incontro, si inchinò fino a terra e disse “Mio Signore
ti prego fermati e non andare oltre”. Secondo l’ insegnamento dei santi padri
della chiesa e dei grandi artisti di mosaici di Roma e di Ravenna, e della icona
ortodossa di Rublev, questa è la prima indicazione nella Bibbia della Trinità.
Tre uomini : essi sono “Il Signore Dio”. Viene promesso ad Abramo che avrà un
figlio da sua moglie e così dopo un anno avvenne : Abramo chiamò Isacco questo
figlio e lo circoncise. Infatti l’ antica alleanza fra Dio e il suo popolo aveva
come segno esterno la circoncisione maschile. Poi Il libro dice che tempo dopo,
Dio mise alla prova Abramo dicendogli  : prendi tuo figlio Isacco e va sul monte
di Moria e là lo offrirai a me in sacrificio. Abramo, con la morte nel cuore,
fece quello che il Signore gli aveva chiesto (per altro , come abbiamo detto, in
quell’ epoca i sacrifici umani non erano poi così rari). Ma mentre stava per
sacrificare suo figlio gli apparve l’ angelo del suo Signore che gli disse non
colpire il ragazzo, guardati intorno. Abramo vide un ariete impigliato in un
cespuglio e lo sacrificò a Dio. Riprende l’ angelo dicendo che il Signore ha
detto io benedirò te Abramo in modo straordinario , renderò i tuoi discendenti
numerosi come le stelle del cielo e per mezzo dei tuoi discendenti si diranno
benedetti tutti i popoli della terra. In effetti il popolo di Israele o popolo
ebraico , tutti i cristiani e tutti i mussulmani riconoscono in Abramo “il padre
nella fede”.E , nella benedizione, è già implicito che non solo i discendenti di
Abramo ma tutti i popoli della terra saranno in lui benedetti. Isacco cresce ,
si sposa con la bellissima Rebecca che va a prendere presso la famiglia dei
parenti di Abramo. Rebecca partorì due gemelli Esaù e Giacobbe . Esaù è il
primogenito ma cede i diritti relativi “Un giorno mentre Giacobbe stava cuocendo
una minestra di lenticchie arrivò dalla campagna Esaù stanchissimo e disse al
fratello dammi subito da mangiare quella minestra. Giacobbe rispose te la do
solo se mi cedi prima i tuoi diritti di primogenito. Esaù esclamò va bene ! io
ho fame e cosa me ne faccio dei miei diritti di primogenito? Giacobbe riprese e
disse giuramelo! Esaù subito lo giurò.”
Quindi il popolo ebraico continua nella stirpe di Giacobbe. Noi tutti lo
chiamiamo il popolo di Israele perché Giacobbe alla morte di suo padre, per
evitare eventuali vendette da parte di suo fratello Esaù, fuggì dalle Quercie di
Mambre. Per molti anni abitò in Mesopotamia e poi ritornò per far pace con suo
fratello. Giacobbe ebbe due mogli Lia e Rachele e dodici figli. Dio gli apparve
in sogno varie volte e una volta gli ordinò “ Tu non ti chiamerai più Giacobbe
ma Israele”. Così i suoi dodici figli sono i capostipiti delle dodici tribù di
Israele.
Ecco ora la riflessione
Aruit cor meum, quoniam oblitus sum manducare panem meum. Si è inaridito il mio
cuore perché mi sono dimenticato di mangiare il mio pane.
Questa frase mi sembra lo sviluppo delle letture di oggi: quante volte abbiamo
il cuore inaridito e non riusciamo a capire che questo deriva dal fatto che non
preghiamo e non partecipiamo ai Misteri. Ricordiamoci che la messa è il più
grande mistero.
Buona settimana a tutti.
Ferruccio
Basiglio, 15 settembre 2015
NOTA 1) Facebook
Mi sembra che si stia sviluppando bene. Da ottobre metteremo ogni settimana
anche l’esecuzione di un brano di canto ambrosiano. Seguitelo e fatelo
conoscere.
NOTA 2) Brezzo di Bedero
Ricordo ancora la giornata di sabato 3 ottobre che inizia a Brezzo di Bedero
(Va) il mattino alle 9,45 e si conclude dopo la messa del pomeriggio, verso le
ore 18. Chi può venga: sarà una bella giornata.

Commenta

DOMENICA 13 SETTEMBRE 2015

10 settembre 2015 | 0 commenti

E’ la terza domenica dopo il martirio di Giovanni il Battista. Poiché quest’
anno siamo nell’ anno B, o secondo anno,  e – come forse ricordate-  le letture
hanno un ciclo triennale, in questa domenica solo una volta ogni tre anni viene
letto del  vangelo secondo Giovanni la prima parte del capitolo tre. Si tratta
dell’ episodio di Nicodemo , grande maestro in Israele, che va a parlare con
Gesù, di notte probabilmente per non farsi vedere. Nella conversazione riconosce
che Gesù è mandato da Dio e gli chiede che cosa bisogna fare per vedere il regno
di Dio. Gesù gli risponde che per vedere il regno di Dio bisogna  “rinascere
dall’ acqua e dallo Spirito Santo” e con questo abbiamo un primo annuncio del
battesimo cristiano, (il sacramento del battesimo) che sarà poi oggetto del
primo mandato che Gesù risorto lascia ai suoi apostoli. E poi c’è una frase
molto bella che applichiamo allo Spirito Santo (Spirito in greco si dice Pneuma
che vuol dire anche il vento o l’aria; e sempre in greco l’uomo “pneumatico” è
un uomo particolarmente spirituale). Ecco dunque la frase di Gesù “il vento
soffia dove vuole e ne senti la voce ma non sai da dove viene e non sai dove va;
così è ogni uomo che è rinato dallo Spirito”. Mi piace ricordare che Nicodemo
rimase fedele a Gesù e non ebbe più paura. Il Vangelo di Giovanni al capitolo 19
,versetti 38 e seguenti,  dice che alla sepoltura di Gesù insieme a Giuseppe di
Arimatea c’era anche Nicodemo : evidentemente ormai discepolo senza più paura.

L’antico testamento
Voglio proseguire nel riassunto di quello che abbiamo già detto nei mesi scorsi
sull’ Antico Testamento. Eva e Adamo lasciano il “paradiso terrestre” e hanno
dei figli : Caino e Abele. Con questo episodio o se preferiamo con questa
parabola , la Bibbia vuole insegnarci che il peccato contro Dio si traduce
necessariamente in peccato contro gli uomini. Gli uomini, dopo la disubbidienza
diventano violenti ; si combattono tra loro uccidendosi. Si uccidono i nemici e
si uccidono perfino i fratelli. L’ episodio presentato dice che Caino alza la
mano contro il fratello Abele e lo uccide. Poi in Caino nasce subito il rimorso
e la paura . Si rivolge a Dio dicendo che  chiunque mi troverà  potrà uccidermi.
Ma il Signore gli rispose “No , chi ucciderà Caino sarà punito sette volte più
severamente”. E’ per questo che ancora oggi esistono per fortuna molti gruppi
che si occupano dei disperati e dei carcerati e che si chiamano “nessuno tocchi
Caino”.
Il capitolo 6 di Genesi racconta la storia del diluvio e di Noè. Anche questa  è
certamente una narrazione in forma di parabola ; presente però fra l’ altro in
quasi tutti i testi Sumeri e Babilonesi. Questo fa sembrare che – sebbene si
tratti di una narrazione in forma di parabola – ci sia stato effettivamente
qualcosa simile a uno tsunami evidentemente violentissimo , perché ne è rimasta
memoria in tutti i popoli delle attuali Iraq , Giordania e Palestina.  La
narrazione la riassumiamo : gli uomini diventano sempre più malvagi e Dio manda
un diluvio che li distrugga. Prima però avvisa Noè, che secondo il libro è l’
unico uomo “giusto”di costruire un’ arca per mettersi in salvo lui la sua
famiglia e tutte le specie degli animali. Simbolicamente il libro dice che
piovve per quaranta giorni e quaranta notti e che sopravvissero soltanto Noè e
quelli che erano con lui nell’ arca. Poi ritorna il sole, le acque scendono e ad
un certo punto Noè aprì la finestra e lasciò andare un corvo che smise di
ritornare indietro quando le acque scomparvero dal suolo. Allora Noè mandò fuori
una colomba che volò ma tornò verso l’ arca : Noè stese la mano e la riportò
dentro. Dopo una settimana la colomba ritornò con un ramo di ulivo e poi non
tornò più. Così Noè aprì l’ arca e ripopolò la terra. Dio benedisse lui e la sua
famiglia e presentò l’ arcobaleno come segno dell’ alleanza con Noè e con i suoi
discendenti.
Però ,secondo Genesi, nei secoli successivi l’ umanità si corrompe di nuovo,
dimentica Dio, adora idoli e offre loro perfino sacrifici umani. Gli abitanti di
Babilonia si propongono di costruire una torre la cui cima tocchi il cielo :
quella che chiamiamo la torre di Babele. Ma il Signore punisce la loro
presunzione e la torre non è portata a termine perché gli uomini combattono fra
di loro : ed è  come se Dio abbia confuso le loro lingue perché non si
comprendano più.
Come abbiamo detto nella riflessione di domenica 6 Settembre, i primi undici
capitoli della Genesi, che è il primo libro della Bibbia, raccontano una serie
di parabole per trasmettere alcune verità di fede. Con il capitolo dodicesimo il
libro della Genesi ci presenta la figura di Abramo. Con Abramo entriamo già
nella storia. Abramo è vissuto circa nel 2000 a.c e cioè 4000 anni fa.
Certamente anche il racconto di Abramo e dei suoi discendenti contiene a volte
elementi di parabola : però siamo già nella storia seppure antichissima. Tutta
la narrazione dei patriarchi (Abramo,Isacco,Giacobbe e poi Giuseppe in Egitto)l
‘ abbiamo già fatta e quindi anche questa nella prossima riflessione la
ripeteremo nel riassunto. Poi a tempo debito gli episodi mai affrontati li
racconteremo più diffusamente.

Ecco ora la riflessione :
Emitte Spiritum tuum, Domine, et renovabis faciem terrae. Manda il tuo Spirito,
Signore, e rinnoverai la faccia della terra.
Anche questa è una frase dell’ Antico Testamento, ripresa molto nel Nuovo
Testamento. Con riferimento anche a quanto Gesù disse a Nicodemo, ricordiamo che
dobbiamo sempre rinascere dallo Spirito Santo. E’ la terza persona della Trinità
e molto spesso ci dimentichiamo di lui. Mentre è attraverso di lui che ci
arrivano i doni  e i sacramenti “ Credo nello Spirito Santo che è Signore e dà
la vita; e procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre e il Figlio è adorato e
glorificato”.Così diciamo nel credo della messa.
Nota 1)
Da questo mese di Settembre è attiva la pagina FACEBOOK  dei “ Cantori
Ambrosiani” e ad essa verrà dedicata una particolare cura: ogni settimana verrà
ripetuta su Facebook la relativa riflessione. Poi nel corso del mese verranno
presentate quattro o cinque Feste o figure di Santi. Non mancherà una parte
iconografica. Vi preghiamo di consultarla, condividerla, diffonderla ai vostri
amici, e cliccare “mi piace”. Chi fosse interessato invii a placido@colibri.it
suggerimenti o idee, grandi o piccole,che possano arricchire la nostra proposta
culturale (e cultuale).
Nota 2)
Comincio a informarvi che sabato 3 ottobre, organizzato da Silvia Beretta che
dirige il coro San Carlo di Novate Milanese con Antiqua Laus di Solbiate Arno,
diretta da Alessandro Riganti (che ha studiato a fondo l’antichissimo antifonale
di Brezzo di Bedero), con Aurora Totus diretto da Laura Groppetti e con tutti
gli altri cori che lo desiderano, si terrà appunto a Brezzo di Bedero vicino a
Luino una interessante giornata di studio di canto e di convivialità con inizio
alle ore 9,30 nella antica chiesa del luogo. Più avanti troverete sul sito e su
Facebook il programma dettagliato.
Con i più cari saluti, Buona settimana.
Ferruccio
Basiglio, 10 settembre 2015

Commenta

RIFLESSIONE DOMENICA 6 SETTEMBRE 2015

1 settembre 2015 | 0 commenti

Alla fine di Agosto ci sono due feste che mi sono particolarmente care : la
prima il 28 di Agosto, ricordiamo Sant’Agostino nato in Africa vicino a Tunisi
nel 354 e convertito alla fede cristiana nel 387 d.c dal vescovo Ambrogio.
Agostino morì il 28 Agosto del 430 e fu sicuramente il più grande filosofo e il
più grande maestro spirituale cattolico del primo millennio d.c.  La seconda
festa è  il 30 di Agosto , nella quale ricordiamo il  Beato Alfredo Ildefonso
Schuster , nato a Roma nel 1880 , prete e monaco benedettino . Nel 1929 il Papa
Pio undicesimo (Achille Ratti di Desio) lo nominò cardinale e arcivescovo di
Milano. Nei 25 anni del suo episcopato (morì il 30 agosto del 1954) fu maestro
di fede di speranza e di carità per tutto il suo popolo anche in anni terribili
come quelli della seconda guerra mondiale dal 1940 al 1945. Era ritenuto un
Santo ancora da vivo ed è stato beatificato da Giovanni Paolo II. Ma
liturgicamente la festa più importante è  il 29 di  Agosto : sia in Oriente che
a Milano si fa memoria della decapitazione di Giovanni il Battista. Egli era
lontano parente di Gesù, e ne preannunciò la missione con anni di predicazione e
dando alle folle che lo ascoltavano “il battesimo di penitenza” nel fiume
Giordano.  Così nella Chiesa Ambrosiana, visto che Giovanni  Battista è l’
ultimo dei profeti dell’ antica alleanza (o Antico Testamento) tutte le
domeniche successive al 29 Agosto e fino alla seconda domenica  di Ottobre
compresa ,si chiamano “Domeniche dopo il martirio del precursore Giovanni
Battista”. Oggi siamo alla seconda domenica.  Potrei identificare il tema di
questa domenica nel ritornello al salmo responsoriale “ Fa splendere il tuo
volto , Signore, e noi saremo salvi”.
Ma adesso vorrei riprendere in via di riassunto tutto quello che ci siamo detti
in questi ultimi mesi. Prima di tutto la nostra fede . Quando facciamo il segno
della croce, con le parole proclamiamo la Trinità cioè il Dio uno solo in tre
persone uguali e distinte (vi ricordate come simbolo il triangolo oppure le tre
candele che danno una fiamma unica?). Infatti le parole del segno della croce
sono, “in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. E invece il gesto
che facciamo è per l’ appunto la croce che significa l’incarnazione la morte e
la resurrezione di Gesù Cristo, il figlio di Dio fattosi uomo. Tutta la nostra
fede è espressa in modo sintetico e con parole semplici all’inizio della
Preghiera Eucaristica quarta “O Dio, prima del tempo e in eterno tu sei, nella
tua luce infinita. Tu, che sei fonte della vita, hai dato origine all’ universo
per effondere il tuo amore su tutti, rallegrandoli con lo splendore della tua
luce. Gli angeli contemplano la gloria del tuo volto e cantano la tua lode, alla
quale anche noi, fatti voce di ogni creatura, ci uniamo esultanti”.

L’antico testamento
Il nostro grande padre Ambrogio, vescovo di Milano dal 374 al 397 d.c ,
ribadisce che noi siamo uniti a Dio o possiamo esserlo con il Nuovo Testamento e
cioè con l’ annuncio di Gesù Cristo e con la sua Pasqua. Dice però anche che il
vangelo diventa di più facile comprensione se si ha un’ idea almeno sommaria
dell’ Antico Testamento. Mi ha fatto piacere,  già dalla prima riflessione di
questo anno 2015, affrontare- seppure  in modo molto semplice- l’ antica storia
di Israele. Questo anche perché molti dicono o possono dire “Ma che fesseria!
Credere ancora alla creazione fatta in sei giorni, a Eva che mangia la mela, a
Noè con l’ arca nel diluvio etc”. Cosi abbiamo spiegato e ripetiamo oggi,  che
il primo libro della Bibbia , GENESI (che significa alle origini) vuol
presentare nei primi undici capitoli un complesso di verità in forma di
“parabola” o di insegnamento sapienziale. Il libro della Genesi non vuole dirci
che cosa e come è avvenuto, ma vuole spiegare il senso della creazione del mondo
e dell’ uomo.
Torniamo alla Preghiera Eucaristica quarta “Noi ti lodiamo Padre santo, tu hai
fatto ogni cosa con sapienza e amore. A tua immagine hai formato l’uomo, alle
sue mani hai affidato l’ universo perché- nell’ obbedienza a te suo creatore-
egli esercitasse il dominio su tutto il creato. E quando, per la sua
disubbidienza, l’ uomo perse la tua amicizia, tu non lo hai  abbandonato, ma
nella tua misericordia a tutti sei venuto incontro, perché quelli che ti cercano
ti possano sempre trovare”. E dunque i primi undici capitoli della Genesi ci
vogliono insegnare, appunto attraverso una serie poetica di parabole, che Dio è
all’origine di tutto il creato (è la parabola dei sei giorni della creazione e
del settimo giorno di riposo).  A tutto questo segue la creazione dell’ uomo ,
essa pure espressa in parabola: il Signore prese dal suolo un po’ di terra , con
questa formò  l’ uomo.  Gli soffiò  nelle narici e l’ uomo divenne una creatura
vivente, fatta a immagine e somiglianza di Dio. Questa parabola vuol dire che
ogni uomo ha in sé una scintilla della luce, dell’ amore e della vita divina.
Uno scrittore dice “L’ uomo è un animale, ma con un po’ dell’ intelligenza di
Dio , con un po’ del cuore di Dio, con un po’ della vita di Dio . E quindi anche
l’ uomo, creato appunto a immagine e somiglianza di Dio, non può avere lo stesso
destino degli altri animali, non può sparire nel nulla. Dunque  la sua anima
sopravvive alla morte del corpo”.
L’ uomo deve riconoscere Dio come suo creatore. Però l’uomo, con il libero
arbitrio, può scegliere di fare il bene o di fare il male. La parabola del
serpente e della mela vuole farci capire che il primo peccato dell’uomo, il più
grave di tutti , è il peccato di orgoglio. Eva e Adamo sono stati tentati dal
serpente che dice loro “Dio sa bene che se mangerete il frutto diventerete come
lui, e per questo ve lo ha proibito” .
Compiuto il peccato, l’ uomo si rende conto che senza Dio si sta male, e che la
sua stessa coscienza lo condanna. Non voleva sentirsi figlio di Dio ed è
diventato schiavo del proprio egoismo. Ma Dio non abbandona l’ uomo creato a sua
immagine, promette una salvezza che noi crediamo essere avvenuta con Gesù Cristo
il Figlio di Dio.
Il racconto biblico ci vuole dare, secondo me, ancora due messaggi. Dio dice al
serpente “metterò inimicizia fra te e la donna e la sua discendenza ti
schiaccerà il capo”. I Santi Padri della chiesa vedono in questa frase una prima
profezia della Madonna, in greco la Theotòkos, la madre di Dio. Mi viene in
mente Dante nella Divina Commedia “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio!”.  Il
secondo elemento, a dimostrazione che Dio non abbandona l’ uomo, nonostante il
peccato: dice il libro “Dio, il Signore, fece per Adamo e per la sua donna
tuniche di pelle e così li rivestì”. E’ un gesto di amore.
Ecco ora la riflessione :
Quoniam Tu illuminas lucernam meam, Domine. Deus meus, illumina tenebras meas.
Poiché Tu , o Signore, illumini la mia lucerna, Dio mio, illumina le mie
tenebre.
Noi sappiamo non soltanto per fede ma anche per la nostra esperienza quotidiana
che la luce rappresenta la gioia , mentre le tenebre, il buio , rappresentano la
tristezza, l’ angoscia, qualche volta la disperazione. Così chiediamo a Dio che
mi consente di accendere “la mia lucerna”, di  illuminare le mie tenebre
personali. E’ una preghiera, secondo me molto bella, che risale appunto all’
Antico Testamento, i salmi di Davide, e che il rito Ambrosiano colloca all’
apertura della preghiera della sera (chiamata pure “ I Vesperi”).
Buon rientro dalle ferie, buona ripresa e buona settimana a tutti. Un abbraccio
Ferruccio
Basiglio, 1 settembre 2015

Commenta

Baroffio alla Tavola Rotonda conclusiva della “XXXV Semana de estudios gregorianos”

22 luglio 2015 | 0 commenti

Tavola Rotonda conclusiva della “XXXV Semana de estudios gregorianos

alla Abadia Santa Cruz del Valle de los Caidos il 29 agosto 2014

El Canto gregoriano hoy: perspectivas de futuro

La situazione del canto gregoriano in Italia oggi è molto confusa a causa di differenti motivi. Ricordo solo i principali:

1] lo scontro tra le proposizioni elogiative del magistero pontificio e l’atteggiamento concreto di gran parte del clero, talora indifferente, spesso contrario, in modo deciso e anche con rabbia iconoclasta;1

2] la conseguente diffusa incertezza circa la sua identità e la sua collocazione nella Chiesa e nella società: che cos’è questo canto, quale il suo valore, quale spazio può o deve occupare;

3] l’incertezza a livello interpretativo con la coesistenza di modalità assai diverse, spesso conseguenza di una mancata formazione musicale e liturgica adeguata. Ci sono gruppi che cantano soltanto perché il “gregoriano” è un canto “esotico”, richiama attenzione, gode di una certa simpatia in alcuni ambienti giovanili …

*   *   *

In questo panorama, piuttosto desolante, ci si chiede se c’è un futuro per il canto gregoriano. Sono fermamente convinto che ci sia, ma penso che occorra affrontare il problema in modo corretto, altrimenti non si potrà giungere a una soluzione soddisfacente.

Il presente precede sempre, ma non genera quasi mai il futuro. Il presente si può prolungare nel tempo, dare qualche segno di apparente vitalità ma, nell’arco di una generazione o di pochi decenni, sfocia in uno stato di stagnazione.2 Certo, persistono strutture che sembrano solide, mentre in realtà sono inaridite e sono sorrette dalla rigidità di una disciplina esteriore e dalla forza d’inerzia dell’abitudine.

A sessant’anni da quando ho iniziato a occuparmi di canto liturgico, la situazione intorno al canto liturgico è migliorata assai sotto vari aspetti. Si pensi alle innumerevoli edizioni di musica in gran parte accessibili in rete, alla possibilità di leggere e ingrandire antichi manoscritti in splendide fotografie digitali, alla gioia di ascoltare innumerevoli esecuzioni attraverso radio, CD, DVD, Youtube e altri canali. Sono tante occasioni che permettono di confrontarsi con differenti e anche provocanti interpretazioni. È un arricchimento inimmaginabile a metà del secolo scorso, ma tutto ciò – nonostante il numero infinito di duplicazioni – non ha la forza di superare o sfondare la barriera dell’immobilismo di fondo che fa del presente una landa inaridita, congelata.

Affinché il presente si apra al futuro è necessario che si ritorni alle origini, alla forza propulsiva creatrice e fantasiosa, all’entusiasmo umile capace di reggere il confronto con i propri fallimenti e altri ostacoli. Per evitare che le case religiose si riducano a pensionati per tristi brontosauri e zitelle inacidite, è necessario ritornare alle sorgenti, a vivere l’impulso originario dei fondatori. Chiunque essi siano, Benedetto o Francesco o Teresa d’Avila. Nell’ambito del canto gregoriano è urgente fare un’analoga operazione di ressourcement, direbbero i francesi. Il futuro si crea andando alle sorgenti, non con un movimento retrospettivo, all’indietro, di stampo archeologico e narcisistico.3 Ciò che conta è uno slancio in avanti, attingendo alla fonte originaria forza e suggestioni di rinnovamento, proposte di novità, dinamiche innovatrici.

Questa, ora delineata a grandi tratti, è però soltanto una tappa. Si raggiungono le origini nel passato e si rileggono con gli occhi del presente per scoprire le vie del futuro. Quello che siamo soliti chiamare “canto gregoriano, canto romano-franco, canto liturgico tradizionale …” – sempre “canto” diciamo per convenzione e abitudine – canto non è. Il gregoriano nella sua radice profonda è la Parola di D-i-o che il cantore profeticamente annuncia alla Chiesa. È inoltre la stessa Parola che il cantore innalza a D-i-o quale preghiera della Chiesa. In seguito il canto aderisce anche alla parola con cui la Chiesa proclama i mirabilia Dei e invita i credenti a condividere la sua preghiera di lode e di supplica. È quanto accade, ad esempio, in tanti responsori e canti delle Ore.

Se non si parte da questa realtà vissuta, è inutile pensare al futuro del canto gregoriano. Usciranno tanti nuovi articoli e libri che scandaglieranno fatti storici, tecnici, estetici, paleografici … senza futuro, finendo per impantanarsi in discussioni inutili, in risultati ripetitivi e alla fine deludenti. Si faranno anche tanti concerti davanti a platee affollate. Qui precipitiamo in una situazione che oscilla tra il ridicolo e il tragico. Pretendiamo di proporre una musica di oltre 1000 anni fa, senza neppure sapere come si cantasse allora. È un giardino grottesco di pietra con tanti monumenti di ipotesi. D’altra parte, in prospettiva storica, il canto gregoriano è simile a una zattera di ipotesi sballottata dalle onde di un oceano tempestoso d’ignoranza.

Dopo queste parole sembrerebbe che tutto sia perduto e inutile. Al contrario. È ora di svegliarsi dal sonno e cercare di raggiungere le fonti dell’acqua viva che alimenta il canto, nutre i cantori, rinnova la Chiesa. L’acqua viva è la Parola di D-i-o. Di fronte ad essa è d’obbligo assumere l’atteggiamento di curiosità / amore / attaccamento, che hanno i piccoli nei confronti della voce della mamma e del babbo. “Lectiones sanctas libenter audire” ricorda san Benedetto. Non è questione di imporsi una disciplina, di affrontare un lavoro impervio. Nessuno ci obbliga a leggere la Bibbia in ebraico, anche se non sarebbe male condividere almeno questo desiderio con Teresa di Lisieux. Ci chiamiamo e siamo figli di D-i-o. La nostra gioia nasce dall’ascolto della sua voce, del timbro sonoro che ci raggiunge attraverso la mediazione del canto.

Si tratta, tuttavia, pur sempre di un cammino didattico che esige una serie di impegni: trovare il tempo per leggere la Bibbia; avere la forza di spazzare via i pensieri, anche buoni e positivi, che intasano mente e cuore; disporre di uno spazio di silenzio dove far risuonare la Parola con tutte le sfumature che essa può suscitare.

Un’indicazione pratica. Se non siamo abituati a fare della Bibbia il nostro libro di preghiera, imitiamo le sorelle e i fratelli che in Germania ogni giorno dell’anno ruminano una Losung, una parola d’ordine che apre e dilata il cammino quotidiano. In Germania si trova un libretto con una frase biblica per ogni giorno. Noi cattolici nei Paesi latini potremmo utilizzare facilmente come parola d’ordine il ritornello del salmo responsoriale oppure il verso dell’alleluia o il testo di un’antifona (introito e comunione).

Quando raggiungeremo un minimo di familiarità con la Parola e avvertiremo la necessità di ruminarla quotidianamente, allora sentiremo anche il bisogno di rivestire la Parola con il suo manto regale: una melodia che rende la voce di D-i-o più penetrante, inconfondibile, una melodia che scopre con delicatezza i tesori della Parola e ce li porge. Così li possiamo gustare, li lasciamo scendere nel profondo di noi stessi affinché dall’intimo cambino la nostra vita. La Parola allora ci rende profeti e nel canto annunciamo la speranza nel futuro che D-i-o solo può aprire e costruire. Per il bene di ciascuno e di tutti, nella Chiesa e nella società civile.

Questo è il futuro del canto gregoriano. Questo è il futuro dei cantori che accolgono il dono della profezia e – nella forza dello Spirito – la trasformano in preghiera.

1 Penso spesso a un incontro di anni fa con un autorevole cardinale della Curia romana. Alle mie lamentele sull’ atteggiamento dei vescovi italiani nei confronti del canto gregoriano e della musica sacra, il porporato mi disse testualmente: “Il fatto che i vescovi italiani non apprezzino il gregoriano e la musica sacra è la conseguenza di una situazione ben più grave e delicata. La maggior parte dei vescovi non ha nessun interesse per la liturgia!”. Peccato che queste parole il cardinale non le abbia tuonate davanti all’assemblea generale della Conferenza episcopale.

2 Se non erro, studi di sociologia della vita religiosa hanno messo in evidenza il suo irrimediabile sfaldamento e declino nell’arco di una o al massimo due generazioni, circa 30 anni dall’inizio delle singole esperienze originali.

3 In alcuni Paesi c’è purtroppo un forte ripiegamento sul presente che si traduce in una resistenza sorda e impedisce un’apertura serena a nuove ricerche e itinerari metodologici. Ci sono voluti alcuni decenni prima che non scandalizzasse più un approccio al gregoriano in una prospettiva di vergleichende Choralwissenschaft, lo studio cioè del canto romano-franco nel confronto con gli altri repertori, in primo luogo il romano-antico e l’ambrosiano. Stentano ancora ad affermarsi nuove prospettive suggerite dalla etnomusicologia, come la ricerca delle tecniche di composizione del tipo maqam. Per non parlare del suggerimento, proposto questo dalla geologia, di indagare sulle metamorfosi per contatto

Commenta

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

16 giugno 2015 | 0 commenti

Questa è l’ultima riflessione prima dell’estate; riprenderò ai primi di
settembre. E così voglio parlare di un po’ di argomenti.
-       L’angelo del Signore portò l’annuncio a Maria, ed Ella concepì per opera dello
Spirito Santo
-       Ecco l’ancella del Signore, sia fatto di me secondo la Tua parola
-       Il Verbo si è fatto carne e abitò fra di noi
Questa è la preghiera dell’Angelus. Da qualche decennio è ritornata ad essere
conosciuta da tutti perché il Papa la prega la domenica a mezzogiorno, davanti
alla piazza San Pietro stracolma di fedeli. E in occasione di questa preghiera
commenta la settimana e suggerisce pensieri spirituali.
-       Alla preghiera dell’Angelus da Pasqua a Pentecoste si sostituisce il “Regina
dei cieli” che è:
-       Regina dei cieli rallegrati alleluia,
-       Cristo che hai portato nel grembo alleluia,
-       è risorto come aveva promesso alleluia,
-       Tu prega il Signore per noi alleluia.
Ma la preghiera dell’Angelus andrebbe fatta ogni giorno, mattino, mezzogiorno e
sera: ed è per questo che le nostre chiese suonano la campana, al mattino per
esempio alle 7; a mezzogiorno sempre alle 12 e alla sera per esempio alle 19.
L’Angelus è una preghiera così semplice che si può impararla a memoria e
recitarla anche da soli, inserendo fra un versetto e l’altro, l’Ave Maria.
L’Angelus ci dà l’occasione di parlare un momento delle campane. Per secoli le
campane hanno regolato la vita dei nostri paesi e in parte anche quella delle
città, fra l’altro con l’orologio del campanile che era allora quasi l’unico
orologio in uso. Ma anche oggi, a parte suonare le ore, le campane – dove si ha
ancora la fortuna di sentirle – possono svolgere un ruolo importante. Oltre ai
tre segni quotidiani dell’Angelus, le campane suonano sempre al venerdì alle ore
15 per ricordare la morte in croce del Signore Gesù. E per celebrare la sua
risurrezione, in quasi tutti i paesi la campana dell’Angelus di sabato a
mezzogiorno, sabato sera e domenica mattina, è suonata in tono solenne e non in
tono semplice come negli altri giorni. Ma tipicamente la campana dovrebbe dare
il segno della messa sia feriale che festiva: quando ero giovane prima della
messa c’erano tre segni: un’ora prima per avvisare; mezz’ora prima per dire di
uscire di casa e di avviarsi alla chiesa e un quarto d’ora prima perché i fedeli
fossero in chiesa e si preparassero alla messa con la preghiera silenziosa
personale. Poi al momento della consacrazione, durante la messa principale
(allora si chiamava messa conventuale o messa in canto) si dava un segno
solennissimo perché chi fosse a casa o in giro per il paese, potesse “togliersi
il cappello” e fare un pensiero di preghiera. Da qualche decennio il segno che
precede la messa è uno soltanto, normalmente un quarto d’ora prima dell’inizio:
in tanti luoghi però è rimasto, per la messa principale, il grande segno di
campana della consacrazione.
Il suono delle campane ha diversi toni: il suono semplice, il suono solenne, e
il suono solennissimo “campane a festa”, poi c’è il segno che chiama per le
confessioni al sabato pomeriggio; i rintocchi che sono molto tristi quando viene
annunciata una morte; lo stupendo e consolante concerto delle campane ambrosiane
per il funerale. Per il matrimonio si usano invece le stesse campane che per la
domenica, e così anche – quando occorra – per gli altri sacramenti. Quando ero
giovane mi è capitato spesso in estate di sentire le campane contro il temporale
e contro la grandine: mentre si suonavano queste campane il parroco in chiesa
apriva la porta del tabernacolo; e la gente a casa bruciava un pezzetto di legno
e una foglia di ulivo benedetto recitando tre Ave Maria. A quei tempi le campane
venivano comunque suonate a mano dai ragazzi e dal sacrestano campanaro che
sapevano muovere le corde. Dopo il 1960 si sono via via diffusi i comandi
elettronici per suonare le campane. Sarebbe bello se sentendo le campane
riuscissimo a fare almeno una breve preghiera.
Le preghiere per l’estate (in realtà dovrebbero valere per tutto l’anno). Ogni
giorno dire almeno le cinque preghiere che non riporto perché spero che tutti
ancora le ricordino a memoria. Le cinque preghiere sono il Padre nostro, l’Ave
Maria, il Gloria al Padre, l’Angelo di Dio e l’eterno riposo. I nostri peccati
più gravi sono le mancanze di fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo e in
Gesù Cristo fatto uomo, crocifisso, morto e risorto. Peccati contro la speranza
che non deve mai venir meno. E contro la carità, o meglio contro l’amore. San
Paolo ci ricorda che l’amore è la cosa più grande di tutte e non verrà mai meno,
neanche nella vita eterna. Quindi,  se uno vuole potrebbe aggiungerci quelle che
seguono:
-       Confesso a Dio onnipotente ( e a voi fratelli) che ho molto peccato in
pensieri, parole, opere e omissioni per mia colpa, mia colpa, mia grandissima
colpa. E supplico la Beata Vergine Maria, gli Angeli, i santi (e voi fratelli)
di pregare per me il Signore Dio nostro. Dio onnipotente abbia misericordia di
noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna.
-       Gloria a Dio nell’alto dei cieli (il gloria della messa) che vale come
preghiera di ringraziamento per tutti i benefici, gli aiuti e le protezioni che
continuamente riceviamo.
Le letture per l’estate. Ho detto tante volte che il nuovo testamento (quattro
vangeli, di Matteo, di Marco, di Luca e di Giovanni; gli atti degli apostoli, le
lettera di San Paolo e le brevi lettere degli altri apostoli, l’apocalisse)
costa solo 5 € e che quindi ognuno avrebbe dovuto comperarlo, cosa che può fare
anche adesso perché non è esaurito e si ristampa continuamente. Però per chi è
così pigro che non riesce ad andare in libreria a comprare il volumetto, oggi
tutti questi testi sono facilmente reperibili su internet. E così la lettura che
vi suggerisco per questa estate, è il vangelo secondo San Marco. Marco era un
ragazzo all’epoca della pasqua di Gesù, fu poi assistente o “il segretario” di
San Pietro e il suo breve ma stupendo vangelo rispecchia appunto la predicazione
di Pietro. Leggere e meditare il vangelo di Marco credo sia un’occasione da non
perdere.
Ricordandovi che “saremo misurati con la stessa misura con cui abbiamo misurato
gli altri”, vi auguro di tutto cuore buona estate, buon luglio, buon agosto e
per chi le fa, buone vacanze!
Un abbraccio a tutti.
Ferruccio

Basiglio, 16 giugno 2015

Commenta

DOMENICA 14 GIUGNO 2015

14 giugno 2015 | 0 commenti

E’ la terza domenica dopo Pentecoste e la serie delle domeniche “dopo
Pentecoste” continua fino alla fine di agosto, quando – celebrata la festa del
martirio di San Giovanni Battista – cominceranno le domeniche dopo il martirio
di Giovanni Battista.
Avevo detto che in questo periodo anziché commentare le letture di ogni
domenica, avrei cercato di richiamare l’attenzione sugli atti degli apostoli. E’
un bellissimo libro che purtroppo conoscono in pochi. Ma poiché fra poco
sospendo le riflessioni settimanali fino a settembre, oggi faccio ancora un
cenno agli atti degli apostoli e poi riprenderemo in autunno.
Così mi piace ricordare che Pietro e gli apostoli vengono di nuovo deferiti al
tribunale ebraico dove la maggioranza desidera eliminarli. E qui compare una
bellissima figura: Gamaliele grande maestro della legge, molto stimato dal
popolo, di fronte alle accuse contro gli apostoli disse, pensate bene a quello
che volete fare con questi uomini. Tanti in questi ultimi decenni hanno
dichiarato di essere il messia e avevano raccolto molti seguaci. Ma quando
furono uccisi tutti i seguaci si dispersero. E quindi per quanto riguarda gli
apostoli di Gesù ecco cosa vi dico “non occupatevi più di questi uomini e
lasciateli andare. Infatti se la loro predicazione è soltanto umana, finirà da
sola. Se invece Dio è dalla loro parte non sarete di certo voi a mandarli in
rovina. Non correte il rischio di combattere contro Dio”. Mi sembra un
insegnamento filosofico degno dell’antica Grecia.
Antico testamento
Oggi portiamo a conclusione il nostro riassunto delle “storie di Giuseppe”. Uno
dei fratelli ritorna in terra di Canaan da Giacobbe, mentre gli altri restano
come ostaggi di Giuseppe in Egitto. La missione è di portare anche Beniamino
davanti a Giuseppe. Così avviene e quindi al ritorno il Egitto davanti a
Giuseppe c’era anche Beniamino (il secondo e l’ultimo figlio di Rachele che era
morta di parto e sepolta a Betlemme). Giuseppe quando vide che c’era anche
Beniamino, (unico suo fratello per parte di madre) si rivelò ai propri fratelli;
si mise a piangere e chiese notizie del vecchio padre. Il pranzo in cui Giuseppe
rivela e dimostra la propria identità è una delle scene più commoventi. Dopo di
questo, con l’approvazione del Faraone, Giuseppe  rimanda in Canaan tutti i suoi
fratelli perché portassero nella terra del Nilo, il vecchio padre Giacobbe e
tutta la famiglia. Giacobbe dunque si mise in viaggio con tutto quello che
possedeva e giunse in Egitto accolto con amore infinito dal figlio Giuseppe con
i suoi propri figli; e accolto con grande rispetto da Faraone. Egli affidò agli
israeliti  i fertili pascoli nella terra di Gosen. Giacobbe visse ancora per
alcuni anni in Egitto. Sentendosi prossimo alla morte chiamò Giuseppe e gli
disse, quando sarò morto, porta il mio corpo fuori dall’Egitto e seppelliscilo
con i miei padri Abramo e Isacco. Morto Giacobbe, Giuseppe ritornò con la salma
in Canaan come gli aveva chiesto suo padre e lo seppellì a Hebron, nella grotta
di Macpela dove già erano stati riposti i corpi di Abramo, di Sara, di Isacco e
di Rebecca. Poi Giuseppe tornò in Egitto, vide nascere i figli e i nipoti dei
suoi figli. Prima di morire disse ai suoi “io sto per morire ma Dio sicuramente
vi aiuterà. Un giorno vi farà uscire di certo dall’Egitto per condurvi nella
terra che ha promesso ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe. Nei giorni in cui Dio vi
farà uscire dall’Egitto, giuratemi che quando partirete porterete via da qui le
mie ossa”. Così finiscono le storie di Giuseppe che concludono il libro della
Genesi. A questo punto si apre un lungo silenzio di circa cinquecento anni:
nulla dice la Genesi; e il successivo libro l’Esodo, si apre appunto circa
cinque secoli dopo con la nascita di Mosè. Questo lungo periodo non è raccontato
in nessuno dei libri della Bibbia.
Ecco ora la riflessione
Lapidem quem reprobaverunt aedificantes hic factus est in caput anguli. La
pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo.
E’ una frase del salmo 117 e la liturgia della chiesa la applica sempre alla
Pasqua di Gesù, pietra scartata o rinnegata da gran parte del popolo di Israele
e diventata fondamento della nuova ed eterna alleanza fra Dio e l’uomo.
Buona settimana.
Ferruccio
Basiglio, 10 giugno 2015

Commenta

DOMENICA 7 GIUGNO 2015

2 giugno 2015 | 0 commenti

E’ la festa pubblica e popolare del Corpo e del Sangue del Signore detta
sinteticamente “Corpus Domini”. La festa liturgica è il giovedì precedente,
quest’anno giovedì 4 giugno. In antico la festa durava una settimana da giovedì
4 giugno a giovedì 11 giugno. Attualmente poiché giovedì 4 è giorno lavorativo,
la festa viene quasi dovunque celebrata la domenica successiva che quest’anno è
il 7 giugno.
Questa festa è stata introdotta tardivamente, e cioè nel quattordicesimo secolo
sviluppando gli insegnamenti del grandissimo filosofo e teologo San Tommaso
d’Aquino. Ed è invece  sconosciuta nelle antiche chiese dell’oriente cristiano.
Essa ripete il mistero già celebrato il giovedì santo e cioè l’istituzione
dell’Eucaristia; ma fu introdotta per dare ancor maggiore risalto a questo
aspetto, anche con processioni pubbliche, visto che il giovedì santo era ed è
anche il giorno dell’arresto di Gesù e del suo processo davanti al sommo
sacerdote ebraico. Mi piace molto ricordare la prima presentazione ufficiale
della messa al di fuori del vangelo. Si tratta di San Paolo ai cristiani di
Corinto che,  al capitolo 11 versetto 23, dice “io ho ricevuto dal Signore
quello che a mia volta vi ho trasmesso: nella notte in cui fu tradito, il
Signore Gesù prese il pane, fece la preghiera, lo spezzò e disse questo è il mio
corpo dato per voi, fate questo in memoria di me. Dopo aver cenato fece lo
stesso col calice del vino dicendo, questo calice è la nuova alleanza che Dio
stabilisce per mezzo del mio sangue. Fate questo in memoria di me”.
Del resto che, fin dalla pasqua di resurrezione, gli apostoli celebrassero il
sacramento dell’Eucaristia, (quello che noi oggi chiamiamo la messa), almeno
ogni primo giorno della settimana (la domenica) è chiaramente evidenziato sia
nei vangeli che negli atti degli apostoli: ma  la testimonianza di Paolo è
probabilmente la più antica.
Antico testamento
Riprendendo il discorso di domenica 24 maggio, raccontiamo dunque le “storie di
Giuseppe”. Abbiamo già visto che i figli di Giacobbe fratelli di Giuseppe,
volevano ucciderlo ma poi lo vendettero come schiavo a una carovana di mercanti
diretta in Egitto; che Giuseppe andò a vivere in casa di Potifar, e poi finì in
prigione per la falsa accusa di aver cercato di violentarne la moglie. In
prigione Giuseppe divenne l’assistente del comandante del carcere. Qualche tempo
dopo due funzionari del Faraone commisero mancanze contro di lui: uno era il
capo dei coppieri e l’altro era il capo dei panettieri. Furono affidati in
carcere alle cure di Giuseppe. Fecero ognuno un sogno e Giuseppe seppe
interpretare i loro sogni, dicendo a uno che sarebbe stato condannato e ucciso e
all’altro che sarebbe stato pienamente reintegrato nella sua carica. Dopo due
lunghi anni anche il Faraone ebbe un sogno: vide uscire dal Nilo sette vacche
belle, molto grasse e improvvisamente dietro di loro uscirono altre sette vacche
brutte e magrissime, che divorarono le vacche grasse. Poi sognò che sette spighe
belle crescevano gonfie di grano; dopo di loro spuntarono sette spighe
rinsecchite che ingoiarono le sette spighe belle. Appena fu giorno, il Faraone
fece chiamare tutte gli indovini d’Egitto e raccontò il sogno. Ma nessuno fu in
grado di spiegarglielo. Intervenne il capo dei coppieri responsabile della
cantina del Faraone, il quale raccontò del giovane schiavo ebreo detenuto che
aveva dato la giusta interpretazione ai suoi sogni. Il Faraone fece chiamare
Giuseppe che si tagliò la barba, si cambiò i vestiti e fu portato alla sua
presenza. Egli chiese l’interpretazione del suo sogno. Giuseppe disse che il suo
Dio lo interpretava così: nei prossimi sette anni vi sarà grande abbondanza in
tutto l’Egitto, poi seguiranno sette anni di terribile  carestia e la fame
consumerà il paese. Prego vostra maestà di cercare un uomo saggio con autorità
su tutto l’Egitto per prelevare ogni anno una parte dei raccolti durante i sette
anni di abbondanza. Il grano dovrà essere ben  conservato nei magazzini del
Faraone e servirà per i sette anni di carestia. Il Faraone e i suoi ministri
apprezzarono il discorso di Giuseppe. Faraone gli disse, poiché il tuo Dio ti ha
fatto conoscere tutte queste cose, tu stesso sarai l’amministratore del mio
regno e tutti, salvo me, dovranno ubbidirti. Così per sette anni Giuseppe
ammassò in ogni città o paese grandi riserve di viveri. Terminati i sette anni
di abbondanza vennero i sette anni di carestia: vi fu la fame in tutto il medio
oriente, ma il pane non mancò mai nel territorio dell’Egitto. Il vecchio
Giacobbe  in terra di Canaan, venne a sapere che c’era grano in Egitto e allora
mandò dieci fratelli di Giuseppe, e cioè tutti ad eccezione di Beniamino a
comprare grano in Egitto. Quando giunsero davanti a Giuseppe,  i suoi fratelli
non lo riconobbero, ma si inchinarono e gli chiesero un grande rifornimento di
grano per il vecchio padre, per il fratello minore Beniamino e per tutta la
famiglia. Giuseppe invece li riconobbe ma li trattò da estranei, accusandoli
anzi di spionaggio! Se volete provarmi il contrario, disse, fate venire il
vostro fratello minore. Mandate dunque uno di voi a prenderlo, mentre gli altri
rimarranno qui in prigione in ostaggio. Così vedremo se avete detto la verità.
Ecco ora la riflessione
Aperis tu manum tuam et adimples omne animal benedictione. Tu apri la tua mano e
riempi di benedizione ogni essere vivente.
E’ un versetto del salmo 144 e la chiesa lo usa nella celebrazione del Corpus
Domini. Infatti prefigura l’Eucaristia. Questo mi fa pensare di chiedervi di
leggere i salmi, magari uno al giorno, per entrare nell’anima dell’antico
Israele che è sempre attuale e che noi dobbiamo imparare a leggere e meditare
alla luce del’insegnamento di Gesù e degli apostoli.
Buona settimana!  Ferruccio
Basiglio, 2 giugno 2015
UNA MANIFESTAZIONE MOLTO IMPORTANTE
Quando           SABATO 13 GIUGNO 2015 DALLE 9 ALLE 17
Dove                    Abbazia di Mirasole, Strada consortile del Mirasole, 1 Opera (Mi)
Che cosa          Giornata di spiritualità sia per i cori di canto ambrosiano, che per
tutti quelli che lo desiderano
Programma       dalle ore 9 alle ore 12 canti presentati e diretti da Monsignor
Gianluigi Rusconi
Poi ci parla Madre Ignazia Angelini dell’Abbazia di Viboldone.
Alle ore 12 pranzo in monastero per chi lo desiderasse (offerta libera).
Alle ore 14 ci parla Frere Dominique Marie priore di Mirasole.
Alle ore 16 S.E. Monsignor Mario Delpini vescovo e vicario generale della
diocesi di Milano, presiede la solenne santa Messa conclusiva.
Siete tutti invitati

Commenta