DOMENICA 17 APRILE 2016

16 aprile 2016 | 0 commenti

In questa settimana, volevo parlare della Sindone, ma ho lasciato la parola ad
altri.
Questo testo è scritto dall’amico Ing. Alessandro Baretta, classe 1978,
coniugato con due figli, già confratello, lettore e ministrante nella parrocchia
di Basiglio Gesù Salvatore e ora catechista e lettore nella parrocchia di Saint
Joseph in Mountain View nella diocesi di San José nello stato della California
degli Stati Uniti d’America. È interessante notare che la parrocchia di Saint
Joseph fu fondata nel 1867 da padre Giuseppe Bixio, S.I., il fratello “buono”
del rivoluzionario Nino. Si può quindi dire che il cattolicesimo a Mountain View
ha radici profondamente italiane.
Ecco la mia sintesi della ricerca scientifica sulla Sindone.
La mia generazione è cresciuta con l’idea che la Sindone sia un falso di origine
medievale. Ricordo in particolare il molto parlare che si fece della Sindone
verso la fine degli anni ’80–io ero alle elementari–quando la Sindone venne
sottoposta all’esame del carbonio-14, una tecnica di datazione che rileva la
concentrazione di radiocarbonio or carbonio-14 in un materiale di origine
organica: poiché il carbonio-14 per azione dei raggi cosmici viene prodotto
continuamente nell’atmosfera ed assorbito dalle piante, tutte le forme di vita
presenti sulla terra contengono una concentrazione di carbonio-14 in rapporto al
carbonio ordinario (carbonio-12) pressappoco uguale a quella dell’atmosfera.
Cessati i processi biologici che nutrono un organismo, la concentrazione
relativa di carbonio-14 in esso diminuisce a causa del decadimento nucleare.
Quindi il confronto fra la concentrazione relativa del radiocarbonio in un
campione di materiale di origine vivente e nell’atmosfera rivela da quanto tempo
siano cessati i processi biologici nel campione. Nel 1988 la Chiesa Cattolica
coraggiosamente–e direi incautamente–accettò di sottoporre la Sindone
all’esame del carbonio-14, che diede una datazione medievale. La comunità
scientifica quindi decretò con assoluta certezza che la sindone fosse un falso,
e la notizia venne data per certa dai telegiornali e dai mezzi di comunicazione
di massa. La Chiesa, male attrezzata in una diatriba con la comunità
scientifica, fece la cosa più sensata: mantenne ufficialmente la propria
posizione, ma di fatto lasciò che fra i fedeli si radicasse l’idea che la
Sindone era un falso, un oggetto di culto di un cattolicesimo medievale e
superstizioso, e che non vi fosse più posto per esso nella nostra fede. Quasi
trent’anni più tardi ci dobbiamo chiedere se questo atteggiamento scientista non
abbia contribuito a farci perdere la fede anche nei principi fondanti del
Cristianesimo: Cristo, Signore e Dio, incarnato, morto e risorto e presente
nell’Eucaristia.
Io sono un uomo di scienza: non uno scienziato propriamente, ma usando un
termine che si è diffuso nell’industria informatica negli ultimi anni, sono un
Data Scientist. Analizzo dati e con l’obiettivo di trarre conclusioni
statisticamente e filosoficamente fondate. Aggiungo filosoficamente perché
chiunque faccia statistica per mestiere, se vuole essere intellettualmente
onesto, vi dirà che le conclusioni di ogni studio statistico hanno una certa
probabilità, nota a priori al ricercatore, di giungere a conclusioni errate. Si
sceglie una probabilità d’errore che sembra abbastanza–frequentemente il 5%–e
si dice “scientificamente dimostrata” una qualunque ipotesi che, in base ai
dati, abbia una probabilità di essere falsa inferiore alla probabilità d’errore
prescelta. Ne consegue con circa il 5% delle ipotesi scientifiche false
sottoposte a verifica sperimentale con metodi statistici vengono “provate al 5%
di livello di significatività”. Poiché inoltre la comunità scientifica tende a
pubblicare solo i risultati positivi, quel 5% di ipotesi false ma
statisticamente provate vengono sempre pubblicate, mentre quelle che non sono
dimostrate non vengono pubblicate. Questo processo fa sì che nella letterature
scientifica vi sia una grande mole di “fatti dimostrati sperimentalmente” che
sono assolutamente falsi. Il problema è noto e ben documento in letteratura.
Filosoficamente, questo mi porta a concludere che lo scientismo dell’epoca
moderna che ci porta ad accettare acriticamente gli studi che negano
l’autenticità della Sindone nella migliore delle ipotesi è frutto dell’ignoranza
e nella peggiore della disonesta intellettuale degli autori, che conoscono
benissimo i limiti dei loro metodi, ma pubblicano comunque perché aiuta a fare
carriera. Per quanto riguarda la datazione al radiocarbonio della Sindone credo
si possa parlare di chiara malafede: il metodo del carbonio-14 esige che il
campione di materiale analizzato sia assolutamente incontaminato, ad esempio una
mummia conservata per millenni nel suo sarcofago, o un reperto conservato sotto
terra e riportato alla luce durante uno scavo archeologico. La Sindone
chiaramente non soddisfa queste condizioni, essendo stata maneggiata,
manipolata, perfino riparata più volte nel corso dei secoli. Ne consegue che
qualunque sia il risultato dell’analisi della concentrazione dei radiocarbonio,
non è attendibile, e chi afferma diversamente lo fa o per ignoranza o per
malafede.
Ma torniamo al lenzuolo di lino che la Chiesa dal 1390 conserva e venera come il
lenzuolo funebre di Nostro Signore Gesù. Vi sono molti siti web che presentano
la storia della Sindone, quindi non occupo di questo. Discutere l’immagine
impressa nel telo. Anzitutto è importante notare che essa non è prodotta né dal
sangue del defunto né da un qualsivoglia altro pigmento. La tela presenta
macchie di sangue (evidenziate dai riquadri rossi nell’immagine qui riportata),
ma ben distinte dall’immagine del volto e del corpo del defunto. Questa immagine
è impressa nelle fibre stesse di lino e coinvolge uno strato inconcepibilmente
sottile della cellulosa di cui sono formate: circa 200 nanometri, un quinto di
un millesimo di un millimetro. Inoltre, l’immagine impressa nella Sindone ha
l’apparenza di un negativo fotografico, tanto che l’immagine negativa della
Sindone molto più chiaramente delinea i tratti del viso e del corpo del
cadavere. È estremamente interessante che si vedano delineate le ossa del
cadavere, in modo particolare le ossa del metacarpo, cioè del palmo della mano,
che appaiono come dita di una lunghezza straordinaria ed innaturale. Queste
caratteristiche dell’immagine portano ad immaginare un processo di formazione
dell’immagine di tipo fotochimico, simile al processa di formazione
dell’immagine in una pellicola fotografica.

Nel 2014 un gruppo di studiosi dell’ENEA (Di Lazzaro, Murra, Santoni, Nichelatti
e Baldacchini) hanno tentato di riprodurre un simile processo fotochimico di
impressione nelle fibre di lino. Hanno sperimentato con vari tipi di laser per
verificare entro quali parametri di lunghezza d’onda e potenza d’irraggiamento
di potesse produrre una pigmentazione superficiale in fibre di lino grezze con
caratteristiche chimico-fisiche analoghe a quelle rilevabili nell’immagine della
Sindone. Essi sono riusciti a dimostrare un possibile processo fotochimico di
pigmentazione del lino facendo uso di fasci laser nell’estremo
ultravioletto–una tecnologia ancora oggi di frontiera, disponibile solo nei
laboratori scientifici universitari ed industriali più avanzati. La potenza
radiante necessaria per ottenere la pigmentazione del lino è dell’ordine di
alcuni megawatt per centimetro quadrato–ciò significa che se questo è il
processo fisico che ha dato origine all’immagine della Sindone, sarebbe stata
necessaria la potenza di alcune decine di gigawatt, dato che va confrontato con
una potenza elettrica totale in Italia di poco più di 50 gigawatt. Se dunque,
come pare, l’immagine della Sindone è stata ottenuta mediante irraggiamento
nell’ultravioletto estremo, anzitutto questo non può essere avvenuto nel
medioevo, ma neanche potrebbe essere stato fatto in epoca moderna, sia perché la
tecnologia dell’ultravioletto estremo e cosa di quest’ultimo decennio e non è
ancora disponibile industrialmente, sia perché l’energia necessaria per
imprimere l’intera immagine su un telo di circa 4 metri quadri avrebbe richiesto
risorse energetiche dello stesso ordine di grandezze di quelle utilizzate da un
intero paese industrializzato con l’Italia. Ritengo quindi che l’ipotesi più
plausibile compatibile con i fatti sperimentali sia la Risurrezione di Nostro
Signore. Ricorderete che secondo i vangeli, il giorno dopo il sabato, le
mirofore e i discepoli non trovarono il corpo di Gesù, e quando successivamente
videro il Signore risorto nel cenacolo, non lo riconobbero perché era risorto
non con il suo precedente corpo ma con un corpo trasfigurato e glorioso. Che ne
fu dunque del corpo di Gesù? Non è dato saperlo, ma ciò che vediamo nella
Sindone è letteralmente l’immagine impressa da un lampo di luce fortissima, con
una significativa componente di radiazione dell’estremo ultravioletto, emessa
dal corpo Gesù al momento della risurrezione. L’evangelista Giovanni ci dice:
“Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo…” Ecco,
straordinariamente ne vediamo l’immagine impressa fotochimicamente nella Sindone
Grazie ad Alessandro Baretta e buona settimana a tutti.
Basiglio, 14 aprile 2016

NOTA
Sabato 16 aprile alle ore 21 nella chiesa della SS Trinità a SAMARATE si terrà
un evento musicale di grande rilievo con la partecipazione di tre cori.Il coro
AURORA TOTUS eseguirà canto ambrosiano proponendo una serie di testi ispirati
alla figura di Maria. Se potete, intervenite.

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