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Dedicazione del Duomo di Milano
20 ottobre 2019 - Santuario di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso - Corso Italia 37 - Milano - Ore: 11:00

Chi siamo

Et si pharus est in festo: il rito del faro, particolarità della liturgia ambrosiana.

Coloro che parteciperanno alla Messa solenne nella chiesa di Sant’Alessandro di domenica 6 ottobre potranno assistere ad un rito molto tradizionale nella nostra chiesa in occasione delle feste dei martiri. Praticato pochissimo a Milano città, è invece ancora diffuso nei paesi del forese, e si svolge in questo modo. All’ingresso dell’abside, prima della messa, viene collocato, pendente dal soffitto, un pallone di bambagia. Giunta la processione d’ingresso all’altare, il celebrante riceve una canna con una candela accesa in cima e incendia il pallone (il rito, infatti, viene conosciuto anche con il nome più popolare di bruciare il pallone). Il significato è evidente: il fuoco come simbolo della vita del martire che brucia per Cristo, oppure il martirio appunto come prova (nel doppio senso di messa alla prova e testimonianza luminosa) della fede.

Si tratta di un momento molto caratteristico: la tradizione fa sì che spesso non ci si accontenti del semplice pallone di bambagia bianco, ma lo si decori con nastri rossi o colorati, e addirittura vi si ponga all’interno dell’alloro per farlo crepitare. Dal modo in cui il pallone bruciava, venivano tratti pronostici sull’andamento del tempo e della stagione agricola.

Un’usanza dunque ricca di significato e tradizione, che diventa ancora più interessante se, come spesso nella storia liturgica, se ne conosce l’origine; la quale, spesso, è molto meno simbolica e criptica di quanto sembrerebbe o si vorrebbe, e proprio per questo, forse, più interessante.

Proviamo ad immaginare che cosa potesse significare illuminare un ambiente (vasto) come un presbiterio o una chiesa quando non c’era l’illuminazione elettrica: illuminare sia in senso pratico di fare luce, sia in senso simbolico (l’accensione delle luci come simbolo). Pensiamo al lucernario dei vespri: nella chiesa oscura del tardo pomeriggio, all’inizio (appunto!) della funzione  si accendono le candele sull’altare. Senso pratico e simbolico si fondono. La medesima cosa avviene appunto nel rito del faro, e lo deduciamo dal racconto di Beroldo, un chierico del Duomo vissuto a cavallo tra XI e XII secolo che appunto era uno dei cicendelarii, gli addetti all’illuminazione della cattedrale, e ci ha lasciato un’importantissima descrizione del rito ambrosiano così come era celebrato alla sua epoca.

All’ingresso dell’altare era montato un grande lampadario circolare, e la stessa cosa veniva fatta nelle altre chiese quando, in occasione appunto delle feste solenni, vi si recava il clero del Duomo a cantare gli uffici. Vi si arrivava in processione che, come oggi, era aperta dalla croce. Come tuttavia si usava in antico (cosa su cui dovremo tornare), la croce non aveva a fianco i due candelieri (cantari, si dice da noi), ma aveva candele direttamente sopra i bracci. Il lampadario all’ingresso dell’altare aveva a sua volta sopra le lampade, collegate l’una all’altra da nastri e fiocchi di bambagia: la croce processionale sormontata da candele diventava così il vero e proprio interruttore del lampadario (il faro, appunto: che nel buio fa tanta luce), in un momento che doveva essere altamente suggestivo e, se ci pensiamo, anche altamente simbolico.

Nelle immagini si vede l’altare della chiesa della Moltiplicazione dei Pani a Tabga, presso Cafarnao, fotografato nel dicembre 2018: rende perfettamente l’idea di quanto stiamo dicendo. Accanto, l’accensione del faro in Duomo per Santa Tecla (fa da diacono un giovane mons. Delpini, mi pare di intravedere).

Con il tempo, il lampadario si trasformò in un pallone, e l’artificio tecnologico/simbolico per accendere rapidamente la luce si trasformò in un fatto (giustamente) simbolico, limitato appunto alle sole feste dei martiri. Ma fortunatamente esso si mantiene, almeno in qualche chiesa anche in Milano città.

 

 

 

 

Psalmista, idest cantor, potest absque scientia episcopi, sola iussione presbyteri,
officium suscipere cantandi, dicente sibi presbytero:
vide ut
quod ore cantas, corde credas,
et quod corde credis operibus probes.

Il salmista, cioè il cantore, anche senza che il vescovo lo sappia, con il solo mandato del presbitero,
può cominciare il servizio del cantare, dopo che il presbitero gli abbia detto:
«Quel che canti con la bocca, vedi di crederlo con il cuore;
e quel che credi con il cuore dimotralo con le opere»
(Statuta ecclesiae antiqua, circa 475 d. C.).

Canto Ambrosiano:
Avvento Natale Epifania
Apparuit thesaurus

Il Corista ambrosiano

Triduo pasquale ambrosiano

Progetto Apparuit thesaurus

Canti per il tempo di Natale

Palme 2017 Sant’ Ambrogio

Da cinque anni l’associazione è attiva con impegno e amore nello studio, nella diffusione e nella valorizzazione dell’ambrosiano, con cura particolare al canto ambrosiano, attivando reti di collaborazione sempre più ampie e cordiali in sedi civiche e religiose, in particolare con cori che cantano o intendano imparare il repertorio ambrosiano.
La preparazione liturgica è affidata dall’avv. Ferruccio Ferrari, curatore di molti libri per il canto liturgico, editi sempre di concerto con la Diocesi di Milano.

Arese: canto per un matrimonio

Formazione: materiali

Video del viaggio a Gerusalemme

Il repertorio che stiamo pubblicando, per il canto della Chiesa ambrosiana, viene ospitato dal sito amico Liturgia Giovane, nella sezione Canti. Clicca:


Coloro che parteciperanno alla Messa solenne nella chiesa di Sant’Alessandro di domenica 6 ottobre potranno assistere ad un rito molto tradizionale nella nostra chiesa in occasione delle feste dei martiri. Praticato pochissimo a Milano città, è invece ancora diffuso nei paesi del forese, e si svolge in questo modo. All’ingresso dell’abside, prima della messa, viene collocato, pendente dal soffitto, un pallone di bambagia. Giunta la processione d’ingresso all’altare, il celebrante riceve una canna con una candela accesa in cima e incendia il pallone (il rito, infatti, viene conosciuto anche con il nome più popolare di bruciare il pallone). Il significato è evidente: il fuoco come simbolo della vita del martire che brucia per Cristo, oppure il martirio appunto come prova (nel doppio senso di messa alla prova e testimonianza luminosa) della fede.

Si tratta di un momento molto caratteristico: la tradizione fa sì che spesso non ci si accontenti del semplice pallone di bambagia bianco, ma lo si decori con nastri rossi o colorati, e addirittura vi si ponga all’interno dell’alloro per farlo crepitare. Dal modo in cui il pallone bruciava, venivano tratti pronostici sull’andamento del tempo e della stagione agricola.

Un’usanza dunque ricca di significato e tradizione, che diventa ancora più interessante se, come spesso nella storia liturgica, se ne conosce l’origine; la quale, spesso, è molto meno simbolica e criptica di quanto sembrerebbe o si vorrebbe, e proprio per questo, forse, più interessante.

Proviamo ad immaginare che cosa potesse significare illuminare un ambiente (vasto) come un presbiterio o una chiesa quando non c’era l’illuminazione elettrica: illuminare sia in senso pratico di fare luce, sia in senso simbolico (l’accensione delle luci come simbolo). Pensiamo al lucernario dei vespri: nella chiesa oscura del tardo pomeriggio, all’inizio (appunto!) della funzione  si accendono le candele sull’altare. Senso pratico e simbolico si fondono. La medesima cosa avviene appunto nel rito del faro, e lo deduciamo dal racconto di Beroldo, un chierico del Duomo vissuto a cavallo tra XI e XII secolo che appunto era uno dei cicendelarii, gli addetti all’illuminazione della cattedrale, e ci ha lasciato un’importantissima descrizione del rito ambrosiano così come era celebrato alla sua epoca.

All’ingresso dell’altare era montato un grande lampadario circolare, e la stessa cosa veniva fatta nelle altre chiese quando, in occasione appunto delle feste solenni, vi si recava il clero del Duomo a cantare gli uffici. Vi si arrivava in processione che, come oggi, era aperta dalla croce. Come tuttavia si usava in antico (cosa su cui dovremo tornare), la croce non aveva a fianco i due candelieri (cantari, si dice da noi), ma aveva candele direttamente sopra i bracci. Il lampadario all’ingresso dell’altare aveva a sua volta sopra le lampade, collegate l’una all’altra da nastri e fiocchi di bambagia: la croce processionale sormontata da candele diventava così il vero e proprio interruttore del lampadario (il faro, appunto: che nel buio fa tanta luce), in un momento che doveva essere altamente suggestivo e, se ci pensiamo, anche altamente simbolico.

Nelle immagini si vede l’altare della chiesa della Moltiplicazione dei Pani a Tabga, presso Cafarnao, fotografato nel dicembre 2018: rende perfettamente l’idea di quanto stiamo dicendo. Accanto, l’accensione del faro in Duomo per Santa Tecla (fa da diacono un giovane mons. Delpini, mi pare di intravedere).

Con il tempo, il lampadario si trasformò in un pallone, e l’artificio tecnologico/simbolico per accendere rapidamente la luce si trasformò in un fatto (giustamente) simbolico, limitato appunto alle sole feste dei martiri. Ma fortunatamente esso si mantiene, almeno in qualche chiesa anche in Milano città.