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Santa Messa Vigiliare della I Domenica di Avvento
16 novembre 2019 - Chiesa di Sant'Alessandro - Piazza Sant'Alessandro - Milano - Ore: 18:30

Chi siamo

PAOLO VI: L’ANNO LITURGICO COME “OPERA D’ARTE”.

Con la prima domenica di Avvento, la prossima settimana, si apre per noi ambrosiani un nuovo anno liturgico. Ci facciamo accompagnare in questo percorso di fine e di nuovo inizio da alcune bellissime parole con le quali un recente Santo, che fu nostro arcivescovo negli anni Cinquanta, accompagnava, anno dopo anno, le edizioni di quell’”umile libretto” che è il Calendario liturgico annuale. “Questo è libro  – scrive Giovanni Battista Montini, Paolo VI – che parla del tempo che sta per venire: lo misura, lo classifica, lo annuncia, con la facile e fatale profezia del corso dei giorni e delle stagioni, col ricordo immanente della vita che viene e che fugge, e dell’avvicinarsi misterioso e inesorabile del nostro ultimo giorno”.

Parole che, almeno al primo impatto, paiono quasi di un intellettuale, di un filosofo esistenzialista: proprio… Montini insomma! Ma approfondendo i suoi scritti, si vede l’anima di un uomo profondamente “caldo”, innamorato di Dio, della Chiesa, degli uomini tutti. Il tempo che passa, segnato dal calendario dell’anno liturgico, è infatti basato da “un meraviglioso programma di vita, quello della preghiera liturgica”.

 

 

“Che cosa più bella vi può essere nella previsione del tempo, che il sapere quanto e come lo occuperemo a parlare con Dio? Il tempo scorre sopra una trama eterna, l’attimo nostro si congiunge con l’immobile “sempre” di Dio”.

Questa “trama eterna” che sta nel tempo e lo trascende è come “un poema che si svolge lungo la serie del tempo civile e solare, la storia di Cristo; quella che narra della venuta di Dio nel mondo, della sua conversazione tra noi, della tragica e pia sua passione, della sua vittoria sulla morte, della sua vita celeste, e poi della continuazione della sua missione dello Spirito di verità, con i suoi insegnamenti e i suoi sacramenti”.

Ecco delineato l’anno liturgico: l’Avvento, il Natale, la Quaresima e la Pasqua, la Pentecoste, il tempo dopo la Pentecoste, per poi tornare all’Avvento, al Natale… Quale è l’attività preponderante che San Paolo VI, da arcivescovo, indicava per la sua amatissima Chiesa ambrosiana, durante il ciclo dell’anno liturgico?

“Il miglior tempo, la migliore attività vada alla liturgia. La preghiera della Chiesa deve essere l’occupazione più importante, l’attività più degna”. Della Liturgia, attività “normale” dell’anno – appunto! – liturgico, Montini dava nel calendario del 1958 una definizione strepitosa: “la liturgia è opera d’arte che non ha l’eguale, se arte è opera umana irradiante lo spirito”.

Perciò, in maniera molto pratica (siamo nel 1962): “Dobbiamo riuscire a fare delle nostre messe festive degli atti perfetti di culto cattolico e ambrosiano: per rigore di cerimonie, per bellezza di apparati e di canti, per partecipazione consapevole dei fedeli, per ricchezza di parola e di significati spirituali, per precisione di orari e compostezza dell’assemblea, eccetera. La nostra prima riforma sia questa: massima cura, sotto ogni aspetto, alla celebrazione e all’assistenza alla Messa festiva. Essa è l’espressione normale e centrale della nostra religione, e la sorgente più feconda e più nobile della nostra spiritualità”.

Buon nuovo anno liturgico, cattolico e ambrosiano, a tutti!

 

ET SI PHARUS EST IN FESTO: IL RITO DEL FARO, PARTICOLARITA’ DELLA LITURGIA AMBROSIANA

 

Coloro che parteciperanno alla Messa solenne nella chiesa di Sant’Alessandro di domenica 6 ottobre potranno assistere ad un rito molto tradizionale nella nostra chiesa in occasione delle feste dei martiri. Praticato pochissimo a Milano città, è invece ancora diffuso nei paesi del forese, e si svolge in questo modo. All’ingresso dell’abside, prima della messa, viene collocato, pendente dal soffitto, un pallone di bambagia. Giunta la processione d’ingresso all’altare, il celebrante riceve una canna con una candela accesa in cima e incendia il pallone (il rito, infatti, viene conosciuto anche con il nome più popolare di bruciare il pallone). Il significato è evidente: il fuoco come simbolo della vita del martire che brucia per Cristo, oppure il martirio appunto come prova (nel doppio senso di messa alla prova e testimonianza luminosa) della fede.

Si tratta di un momento molto caratteristico: la tradizione fa sì che spesso non ci si accontenti del semplice pallone di bambagia bianco, ma lo si decori con nastri rossi o colorati, e addirittura vi si ponga all’interno dell’alloro per farlo crepitare. Dal modo in cui il pallone bruciava, venivano tratti pronostici sull’andamento del tempo e della stagione agricola.

Un’usanza dunque ricca di significato e tradizione, che diventa ancora più interessante se, come spesso nella storia liturgica, se ne conosce l’origine; la quale, spesso, è molto meno simbolica e criptica di quanto sembrerebbe o si vorrebbe, e proprio per questo, forse, più interessante.

Proviamo ad immaginare che cosa potesse significare illuminare un ambiente (vasto) come un presbiterio o una chiesa quando non c’era l’illuminazione elettrica: illuminare sia in senso pratico di fare luce, sia in senso simbolico (l’accensione delle luci come simbolo). Pensiamo al lucernario dei vespri: nella chiesa oscura del tardo pomeriggio, all’inizio (appunto!) della funzione  si accendono le candele sull’altare. Senso pratico e simbolico si fondono. La medesima cosa avviene appunto nel rito del faro, e lo deduciamo dal racconto di Beroldo, un chierico del Duomo vissuto a cavallo tra XI e XII secolo che appunto era uno dei cicendelarii, gli addetti all’illuminazione della cattedrale, e ci ha lasciato un’importantissima descrizione del rito ambrosiano così come era celebrato alla sua epoca.

All’ingresso dell’altare era montato un grande lampadario circolare, e la stessa cosa veniva fatta nelle altre chiese quando, in occasione appunto delle feste solenni, vi si recava il clero del Duomo a cantare gli uffici. Vi si arrivava in processione che, come oggi, era aperta dalla croce. Come tuttavia si usava in antico (cosa su cui dovremo tornare), la croce non aveva a fianco i due candelieri (cantari, si dice da noi), ma aveva candele direttamente sopra i bracci. Il lampadario all’ingresso dell’altare aveva a sua volta sopra le lampade, collegate l’una all’altra da nastri e fiocchi di bambagia: la croce processionale sormontata da candele diventava così il vero e proprio interruttore del lampadario (il faro, appunto: che nel buio fa tanta luce), in un momento che doveva essere altamente suggestivo e, se ci pensiamo, anche altamente simbolico.

Nelle immagini si vede l’altare della chiesa della Moltiplicazione dei Pani a Tabga, presso Cafarnao, fotografato nel dicembre 2018: rende perfettamente l’idea di quanto stiamo dicendo. Accanto, l’accensione del faro in Duomo per Santa Tecla (fa da diacono un giovane mons. Delpini, mi pare di intravedere).

Con il tempo, il lampadario si trasformò in un pallone, e l’artificio tecnologico/simbolico per accendere rapidamente la luce si trasformò in un fatto (giustamente) simbolico, limitato appunto alle sole feste dei martiri. Ma fortunatamente esso si mantiene, almeno in qualche chiesa anche in Milano città.